Bio e contatti

Marcella Russano

Mi chiamo Marcella Russano e sono nata a Napoli. E già questo potrebbe dirla lunga su di me perché questa città, come dico sempre, ti resta impressa dentro. Se hai convissuto con questa bellezza, così selvaggia e violenta, per forza di cose il tuo approccio al mondo sarà diverso. Ovunque tu vada la cercherai sapendo che niente potrà restituirtela.

Io sono nata a Napoli ma nessuno dei miei nonni vi era nato. Sono un esempio vivente del meltin’ pot generato dal secondo dopoguerra: per due quarti pugliese, per un quarto lucana e per un quarto molisana. Mischiate il tutto e otterrete un coacervo di tradizioni linguistiche e culinarie degno di un romanzo ambientato nel Regno delle due Sicilie con me come protagonista: una bambina nata negli anni Settanta, quando si portavano la pedagogia di Marcello Bernardi, i maglioncini di lana fatti a mano e i ciripan al posto dei pannolini, in un quartiere della media borghesia napoletana.

Da che ricordi ho sempre avuto due passioni: raccontare storie e disegnare. Ero sempre a casa con la tonsillite e avevo inventato un personaggio immaginario che viveva nel mio specchio al quale raccontavo incredibili avventure tutto il tempo. E poi magari le illustravo con i miei mezzi da bambina. Di storie ne ascoltavo anche tante. Avevo un mangiadischi di plastica rossa e i miei dischi preferiti erano gli antesignani degli audiolibri: Pinocchio, Pollicino, la Regina delle Nevi, la Piccola Fiammiferaia… Ma il cantore che mi ha ispirato più di tutti è stato il mio nonno materno che aveva una capacità affabulatoria e narrativa senza pari. Quando ero a letto malata, mi raccontava epiche storie della sua infanzia in cui lui, il figlio di un vignaiolo di Lucera, era il protagonista e ne combinava di cotte e di crude divertendosi in modi a me, deboluccia e segregata bambina di città, del tutto sconosciuti.

 

Ho frequentato il liceo Scientifico. Strano, visto che non avevo alcuna passione per la matematica o per la fisica. Scontato, direi io, visto che allo Scientifico si studia una materia che al Classico non c’è: il disegno. Ho fatto un sacco di fatica a sopportare le materie scientifiche, ma intanto potevo dedicarmi all’ornato che era il mio disegno preferito e iniziare a districarmi tra chine, matite sanguigne e gomme pane.

“Dopo il liceo che potevo far / non c’era che l’Università”. E mi sono iscritta a Lettere perché non ho avuto all’epoca il coraggio di trasferirmi altrove per fare l’Accademia delle Belle Arti. Ma intanto gli studi mi appassionavano. Ho trascorso degli anni meravigliosi specializzandomi sul Novecento e seguendo le lezioni di maestri pieni di trasporto. A Napoli studiare è un fatto di passione, perché sai che non è quello che ti farà trovare un lavoro. Quindi sei stimolato a far funzionare il cervello e a far crescere la parte critica che è in te. La parola “intellettuale” non ha mai avuto un senso più alto per me che non tra le mura della Federico II, dove trovavo pane per i miei denti interiori e degni interlocutori della mia età e non solo.

E dopo? Ho iniziato a specializzarmi. Mi ero laureata con una tesi sulla letteratura scritta da donne perché avrei voluto proseguire sulla linea dei Gender’s Studies che in qualunque altro Paese al mondo hanno una dignità autonoma mentre qui da noi sono portati avanti da poche donne coraggiose e con pochissimi fondi. Inoltre, lasciatemelo dire, non è facile muoversi in un universo femminile in cui la competizione è altissima, le regole sono quelle del potere tradizionale e ci si tira sgambetti violentissimi. Ho frequentato un master sulle Pari Opportunità insieme a un gruppo di neo laureate come me ma non so quante di noi abbiano trovato un lavoro che avesse davvero a che fare con le Pari Opportunità… Mi sono schifata, mi sono offesa, mi sono davvero intristita e ho abbandonato l’idea di proseguire la mia carriera universitaria e “politica” da neo femminista.

Ho trovato il mio primo lavoro alla Fnac come libraia, una catena francese della Gdo che aveva enormi mire espansionistiche sull’Italia e che ha fallito miseramente, chiudendo i propri punti vendita dappertutto nel nostro Paese a poco più di dieci anni dall’apertura. Ora, lasciando perdere i discorsi sul per come e sul perché ciò sia avvenuto, posso dire che i colloqui per ottenere quel posto da “libraia” furono molto articolati e complessi. Fui interrogata sulla mia tesi di Laurea, sulle mie conoscenze letterarie e culturali, per poi scoprire che il lavoro nelle librerie di catena si riduce molte volte a una cosa molto “fisica” (sistemare e movimentare la merce) e assolutamente “commerciale” e molto poco “culturale”. Che palestra è stata per me che venivo da un luogo in cui i libri erano una cosa “sacra”! Mi sono svezzata. I miei colleghi erano quasi tutti laureati come me ma il nostro lavoro consisteva nello spostare enormi masse di libri, combattere con lo spazio e applicare le norme del visual merchandising con molto poco tempo per intessere relazioni con i clienti. Devastante.

Dopo cinque anni e molto mal di schiena, ho capito che dovevo fare qualcosa per cambiare la mia situazione lavorativa. Ho preso un part time e ho partecipato a un master in editoria a Roma organizzato dalla fu società editoriale Vivalibri. Ho vinto la borsa di studio che offrivano alla fine del corso, mi sono licenziata, mi sono trasferita nella Capitale e ho iniziato a lavorare in casa editrice per fare pratica. Avrei voluto fare il commerciale editoriale, ormai le logiche di mercato le avevo interiorizzate. E invece mi ritrovai non so come a lavorare per metà nel team della redazione e per metà in quello dei grafici perché avevo competenze in tutti e due i settori. Che colpo di fulmine! Fu per me un amore a prima vista.

Ho lavorato in quello che adesso è diventato il Gruppo editoriale Lit per otto anni. Non mi sono pentita un secondo. È stata una delle avventure più belle e stimolanti della mia vita. Ho capito perché in italiano si usa l’espressione “casa editrice”. Perché quella diventa davvero una casa. Specie se è a conduzione familiare. E tu ti senti davvero parte di un progetto e sai che puoi contribuire a renderlo speciale. Gli anni trascorsi in Castelvecchi occupandomi dei libri illustrati sotto la direzione di Elisa Passacantilli (che rimarrà per sempre il mio “capo”), in Arcana collaborando con persone del calibro di Gianluca Testani, in Ultra insieme a Federico Pancaldi, sono stati per me i più stimolanti. E anche se i soldi erano pochi io lavoravo dieci, anche dodici ore al giorno, pranzando e cenando in ufficio, nei we e nelle festività, semplicemente perché non mi pesava. Non mi sembrava di star lavorando ma di star esprimendo le mie passioni a tutto tondo.

E poi è finita come finiscono tutte le storie d’amore. Ho deciso di mettermi in proprio ed è nata LaTuaMomis. Scommettere su me stessa non è stato e non è facile. Richiede impegno, disciplina e sacrificio, ma non bisogna mai smettere di sognare. E, vada come vada, poter dire un giorno “Ci ho provato con tutte le forze”, mi renderà orgogliosa di me stessa e di quello che ho fatto o che ho provato a fare.

Contatti – Nel frattempo, se avete voglia di contattarmi, potete farlo al mio indirizzo istituzionale, ovvero info@latuamomis.com oppure qui, all’indirizzo info@marcellarussano.it.